Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
27 giugno 2017 2 27 /06 /giugno /2017 09:40

Vittorio Sereni fu uno dei più importanti poeti della nostra letteratura ed appartiene alla cosiddetta "linea lombarda",corrente letteraria che raggruppa un insieme di poeti e scrittori che furono attivi in Lombardia (in particolare nel Milanese) a partire dalla fine del XIX secolo; "Linea Lombarda" è anche il nome di una raccolta di poesie pubblicata da Luciano Anceschi nel 1952, presso l'editore Magenta. 

Vittorio Sereni nacque a Luino nel 1913 e si laureò nel 1936 con una tesi sul poeta crepuscolare Guido Gozzano: la tesi suscitò una certa opposizione in sede di discussione, poiché molti accademici presenti erano contrari alle opinioni espresse dall'autore, mentre egli ricevette applausi da alcuni sostenitori, tra cui Salvatore Quasimodo.

Il poeta pubblicò la sua prima raccolta con il titolo di "Frontiera" (1941) e la frontiera del titolo rappresenta il lago di Luino, che stabilisce il confine tra la Lombardia e la Svizzera: la città di Luino simboleggia l'infanzia e la giovinezza del poeta, con tutte le sue gioie e i suoi piacevoli ricordi, mentre ciò che è al di là della frontiera rappresenta l'ignoto ed il futuro appare minaccioso dal momento che ormai è iniziata la tragedia della seconda guerra mondiale.

A questo proposito è opportuno ricordare che Vittorio Sereni combatté durante lo sbarco in Sicilia degli Alleati (1943) e venne fatto prigioniero, fu costretto a vivere relegato in un campo di prigionia inglese in Algeria proprio durante gli anni della Resistenza; l'esperienza della prigionia fu per lui traumatica ed ispirò le toccanti pagine del "Diario d'Algeria" (pubblicato nel 1947), in cui egli descrive la sensazione di inutilità esistenziale e storica di chi è prigioniero ed è quindi "morto alla guerra e alla pace". Il Diario d'Algeria è diviso in tre sezioni: nella prima il poeta descrive le esperienze precedenti alla prigionia vera e propria, la seconda (che comprende 12 liriche) descrive l'esperienza della prigionia in un campo inglese ad Orano (in Algeria), mentre la terza (intitolata "Mal d'Africa") è un insieme di poesie che riguardano l'intera tragica esperienza della guerra.

In questa raccolta appaiono già evidenti i temi su cui Vittorio Sereni insisterà anche nelle prossime opere: la tensione verso l'impegno sociale, ma al contempo la sensazione di essere soltanto una pedina nelle mani del destino, di vivere ai margini della storia in momenti cruciali come la Resistenza.

Un testo emblematico di tale condizione è la seguente lirica "Non sa più nulla, è alto sulle ali", è la quarta delle dodici poesie che compongono la seconda sezione del Diario d'Algeria ed è forse la più importante dell'intera silloge.

                                         NON SA PIU' NULLA, E' ALTO SULLE ALI.

Non sa più nulla, è alto sulle ali

il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.

Per questo qualcuno stanotte

mi toccava la spalla mormorando,

di pregar per l'Europa

mentre la Nuova Armada

si presentava alla costa di Francia.

Ho risposto nel sonno: "E' il vento,

il vento che fa musiche bizzarre.

Ma se tu fossi davvero

il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna

prega tu se lo puoi, io sono morto

alla guerra e alla pace.

Questa è la musica ora:

delle tende che sbattono sui pali.

Non è musica d'angeli, è la mia

sola musica e mi basta.

La lirica risale al giugno del 1944 e rievoca lo sbarco degli Alleati in Normandia: il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna (verso 2) rappresenta il simbolo di tutti gli eroi caduti per la libertà dell'Europa dalla barbarie nazista. Il caduto, nella finzione poetica, assume le sembianze di un angelo portato dal vento (caratteristico del clima algerino) che fa visita al poeta e gli intima di pregare per l'Europa.

Il poeta risponde all'inizio negando ogni presenza ultraterrena ("E' il vento che fa musiche bizzarre), successivamente egli dichiara di essere "morto alla guerra e alla pace", poiché la condizione di prigionia lo rende impotente, forzatamente incapace di impegnarsi per cambiare la storia. L'unica musica che il poeta può ascoltare è quella delle tende che sbattono sui pali, che gli rammenta il fatto che ormai egli ha le mani legate e non può contribuire al cambiamento storico in atto.

Nella terza raccolta di Sereni, dal titolo "Gli strumenti umani", lo stile dell'autore muta radicalmente ed egli decide di usare un linguaggio molto vicino alla prosa, con la presenza di dialoghi, di prestiti dal lessico colloquiale e di iterazioni costanti.

Particolarmente significativa è la lirica "Amsterdam", dedicata alla memoria di Anna Frank e di tutte le vittime dell'Olocausto. Ecco il testo:

                                                              AMSTERDAM

A portarmi fu il caso tra le nove

e le dieci d'una domenica mattina

svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra

lungo il semigelo d'un canale. E non

questa è la casa, ma soltanto

- mille volte già vista-

sul cartello dimesso: "Casa di Anna Frank".

Disse più tardi il mio compagno: quella

di Anna Frank non dev'essere, non è

privilegiata memoria. Ce ne furono tanti

che crollarono per sola fame

senza il tempo di scriverlo.

Lei, è vero, lo scrisse,

Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale

continuavo a cercarla senza trovarla più

ritrovandola sempre.

Per questo è una e insondabile Amsterdam

nei suoi tre quattro variabili elementi

che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi

tre quattro fradici o acerbi colori

che quanto è grande il suo spazio perpetua,

anima che s'irraggia ferma e limpida

su migliaia d'altri volti, germe

dovunque e germoglio di Anna Frank.

Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.

Questa bellissima poesia è stata più volte interpretata dai critici Franco Fortini e Pier Vincenzo Mengaldo, che hanno messo in luce la profondità concettuale di questi versi.

Il poeta vuole sottolineare come Amsterdam sia una città piena di fantasmi, che sarebbero tutte quelle persone vittime dell'Olocausto nazista e che non hanno avuto la possibilità di tramandare ai posteri la loro tragedia. La memoria di Anna Frank non dev'essere quindi privilegiata, ma ha la stessa identica dignità delle innumerevoli "Anna Frank" che in un certo senso "popolano" la città che subì la terribile persecuzione degli ebrei olandesi.

Il senso angoscioso di "vertigine" di fronte al ricordo delle vittime che prova il poeta viene espresso attraverso un sapiente gioco di ripetizioni, di allitterazioni e di enjambement che danno alla lirica un ritmo incalzante, appunto vertiginoso, che intende trasportare il lettore in un turbinio di emozioni.

 Infine è giusto ricordare che Vittorio Sereni, oltre che poeta, fu anche un eccellente traduttore  soprattutto di autori francesi e americani (in particolare dal francese René Char e dall'americano William C. Williams).

 

Condividi post

Repost0
Published by Montale2000
26 giugno 2017 1 26 /06 /giugno /2017 13:11

In questo articolo intendo presentare un autore di cui recentemente si è molto parlato in vista degli esami di maturità del 2017: il poeta e traduttore toscano (genovese d'adozione) Giorgio Caproni.

Egli nacque nel 1912 a Livorno, ma a dieci anni si trasferì a Genova: egli considerò sempre Genova come una specie di patria ("Città dell'anima", come amava definirla) e infatti il poeta dedicò una "litania" (sul modello di quelle liturgiche) a questa città, presentata in chiusura della raccolta "Il passaggio di Enea". Giorgio Caproni si diplomò come maestro elementare e durante la seconda guerra mondiale combatté in Valtrebbia tra le fila partigiane: dopo la guerra si trasferì a Roma, dove morì nel 1990.

Giorgio Caproni fu un poeta molto fedele alla rima e ai temi della tradizione poetica italiana ed appare quindi assai lontano dalle difficoltà dell'Ermetismo: tutte le poesie giovanili (da "Come un'allegoria" a " Ballo a Fontanigorda") confluirono nella raccolta "Il passaggio di Enea" (1956), che presenta spesso la forma tradizionale del sonetto sapientemente alternata a quella della canzonetta. Il lessico di queste prime raccolte è in genere tendente alla prosa ma a volte diventa aulico, tanto che il critico letterario Mengaldo vi individuò un certo "preziosismo alla Gatto".

Successivamente lo stile di Caproni  evolve verso l'uso del poemetto narrativo, accompagnato da una spiccata musicalità: i temi presenti in queste liriche sono le sofferenze per le distruzioni della seconda guerra mondiale e la rievocazione della figura della madre morta, a cui è dedicata l'intera raccolta "Il seme del piangere". In questa silloge l'autore rievoca i momenti trascorsi con la madre ed esprime l'insolito desiderio di vivere con lei gli anni precedenti alla sua stessa nascita, per fare della madre la propria fidanzata ("saremo soli e fidanzati", recita un passo della raccolta): ciò può anche essere letto in chiave psicanalitica, come l'espressione letteraria di un rapporto quasi edipico tra il poeta e la madre.

La poesia d'apertura dei "Versi livornesi" (da "Il seme del piangere") è strutturata secondo lo schema di una canzonetta stilnovistica, in cui il poeta si rivolge alla propria anima e la prega di recarsi a Livorno, per cercare di recuperare la madre ed entrare in contatto con lei. Ecco il testo:

                                                                  Preghiera

Anima mia, leggera

va' a Livorno, ti prego.

E con la tua candela

timida, di nottetempo

fa' un giro, e, se n'hai il tempo,

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso Anna Picchi 

è ancora viva tra i vivi.

Proprio quest'oggi torno,

deluso, da Livorno.

Ma tu, tanto più netta di me,

la camicetta ricorderai, e il rubino 

di sangue, sul serpentino

d'oro che lei portava al petto,

dove s'appannava.

Anima mia, sii brava

e va' in cerca di lei.

Tu sai cosa darei

se la incontrassi per strada.

In questo testo l'apparente semplicità (e perfino banalità) del linguaggio viene compensata da un sapiente uso dell'enjambement e da costanti ripetizioni di suoni che contribuiscono a creare una musicalità dolce e trasognata.

La madre resta una figura vagheggiata e sognata, ma appare tuttavia ben evidente nei particolari del suo vestiario (la camicetta, i gioielli) e il "petto che s'appanna" esprime la forza del legame affettivo che unisce nel ricordo il poeta alla madre  ; le rime baciate e alternate, le allitterazioni ("viva tra i vivi", "perlustra e scruta") conferiscono una grande musicalità al testo, caratteristica di tutta la poesia di Caproni. 

Nelle ultime raccolte (a partire da "Il muro della terra") lo stile dell'autore cambia in modo piuttosto marcato e il linguaggio inizia a diventare più ermetico e di difficile comprensione: Caproni tuttavia non rinuncia a costruire una fitta rete di assonanze, rime e consonanze, che danno al testo la forma di una partitura musicale.

Un tema molto presente nelle ultime liriche è quello metaforico del VIAGGIO, inteso come rappresentazione della vita, che è appunto un enigmatico viaggio verso la morte, evento tragico di cui appare impossibile comprendere il senso. 

Il titolo della raccolta "Il muro della terra" deriva da un passo dantesco ("Or se ne va per un secreto calle/tra il muro della terra e li martiri/ lo mio maestro, e io dopo le spalle" Inferno X, 1-3) ed esprime l'impossibilità da parte dell'autore di perforare "Il muro della terra", cioè di non poter superare il limite conoscitivo della mente umana per giungere finalmente ad una certezza riguardo al senso della vita e della morte.

I testi di queste ultime poesie sono spesso brevi e a volte si tratta semmai di frammenti poetici, come accade nel seguente brano:

                                                                    RITORNO

Sono tornato là, 

dove non ero mai stato.

Nulla da come non fu, è mutato.

Sul tavolo (sull'incerato

a quadretti) ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto

è ancora rimasto quale

mai l'avevo lasciato.

Questo testo è costruito come un apparente "non-sense", ma il viaggio a cui si allude rappresenta il vano tentativo di andare oltre la materia per approdare ad una certezza ultraterrena; tale tentativo è assolutamente vano e l'animo del poeta appare come un bicchiere mai riempito, poiché egli avverte un costante senso di vuoto e di mancanza di punti fermi nella propria esistenza.

 

Condividi post

Repost0
13 giugno 2017 2 13 /06 /giugno /2017 15:57

Cesare Pavese fu uno degli scrittori e dei poeti più importanti della nostra letteratura. Egli nacque nel 1908 in Piemonte a Santo Stefano Balbo, nelle Langhe, dove la famiglia possedeva una casa in cui si recava durante le vacanze estive. Il paesaggio delle Langhe è stato inoltre lo sfondo di molte opere autobiografiche (racconti, poesie e romanzi) di Pavese, come il romanzo "La luna e i falò", i versi di "Lavorare stanca" e "La casa in collina". L'autore iniziò molto precocemente a comporre poesie ed i primi testi risalgono al 1921, quando egli aveva tredici anni: Italo Calvino raccolse molte di queste liriche, che furono pubblicate postume dopo trent'anni dalla morte dello scrittore.

Cesare Pavese manifestò un precoce interesse per la letteratura sia italiana sia straniera: egli studiò presso il liceo "Massimo d'Azeglio" di Torino, dove conobbe Augusto Monti, un professore di filosofia che lo educò ai valori dell'antifascismo. Successivamente egli si laureò a Torino con una tesi sul verso libero di Walt Whitman, che testimonia l'interesse dell'autore per la letteratura inglese: negli anni Trenta Pavese inizia la collaborazione con la rivista italiana "Solaria" ed entra in contatto con molti intellettuali antifascisti, tra cui Norberto Bobbio e Leone Ginzburg.

Nel 1935 egli venne arrestato per aver aderito al gruppo antifascista "Giustizia e libertà" e fu inviato al confine a Brancaleone Calabro, un paese sperduto della Calabria: tale esperienza fu per lui estremamente drammatica e frustrante, tuttavia proprio negli anni del confino maturarono le prime sue opere, tra cui i versi della silloge "Lavorare stanca" e il racconto lungo "Il carcere". Nel 1936, in seguito alla vittoria dell'Italia sull'Etiopia, il regime fascista decise di condonare alcune condanne inflitte agli oppositori politici e quindi Pavese fece ritorno a Torino.

Pavese non venne arruolato durante la seconda guerra mondiale per problemi di salute e visse gli anni della Resistenza in una posizione appartata e defilata, pieno di dubbi sulla necessità o meno di parteciparvi attivamente: il fatto di non essere riuscito a prendere una decisione importante in quegli anni difficili scatenerà nell'autore un costante senso di rimorso, com'è documentato in molti passi del diario "Il mestiere di vivere". Pavese infatti si sentì sempre inferiore moralmente rispetto a chi coraggiosamente decise di partecipare alla lotta partigiana.

Dopo la guerra di liberazione Pavese continuerà a collaborare a molte riviste e pubblicò molte opere edite da Einaudi, tra cui "La luna e i falò", "La casa in collina" e diversi racconti lunghi tra cui "La bella estate", che vinse il Premio Strega nel 1950.

La personalità dell'autore fu costantemente caratterizzata da introversione, tendenza alla depressione e al suicidio (tragicamente attuato il 27 agosto 1950) e da quella che Pavese stesso definì più volte come "paura di vivere", riferendosi alla spiccata tendenza della sua mente a dubitare su molte decisioni importanti da prendere: molti studiosi ritengono che la scelta del suicidio venne presa da Pavese anche in seguito ad una serie di frustrazioni sentimentali che caratterizzarono gli ultimi anni della sua esistenza.

La poetica di Cesare Pavese è caratterizzata dal contrasto tra la fanciullezza, vista come un'epoca inconsapevole e quindi spensierata, e l'età adulta, in cui l'individuo è oppresso dai doveri della società, primo tra tutti il lavoro, considerato dall'autore come fonte di fatica e di sofferenza: l'uomo può fuggire da quest'oppressione solo attraverso l'immaginazione e il ricordo dei momenti spensierati dell'infanzia, che sono irrimediabilmente perduti.

Il contrasto tra fanciullezza ed età adulta si sovrappone poi al conflitto tra la città e la campagna: in molte opere di Pavese la città è infatti considerata come un simbolo di alienazione e di oppressione, mentre la campagna rappresenta il ritorno ad una condizione umana di libertà e di sereno rapporto con il mondo e con la natura.

Un altro tema molto presente è anche il contrasto tra la figura letteraria del "ragazzo" (adolescente), che alle soglie della giovinezza è pieno di curiosità verso il mondo e vuole emanciparsi dal nido familiare e il "vecchio", ormai stanco e disincantato, consapevole della vanità della vita e privo di speranza per il futuro.

Questo tema è ad esempio rappresentato in modo magistrale dalla seguente poesia "Ulisse" (tratta da "Città in campagna"):

                                                             ULISSE
Questo è un vecchio deluso, perché ha fatto suo figlio
Troppo tardi. Si guardano in faccia ogni tanto,
ma una volta bastava uno schiaffo. (Esce il vecchio
e ritorna col figlio che si stringe una guancia
e non leva più gli occhi). Ora il vecchio è seduto
fino a notte, davanti a una grande finestra,
ma non viene nessuno e la strada è deserta.

Stamattina, è scappato il ragazzo, e ritorna
Questa notte. Starà sogghignando. A nessuno
Vorrà dire se a pranzo ha mangiato. Magari
Avrà gli occhi pesanti e andrà a letto in silenzio:
due scarponi infangati. Il mattino era azzurro
sulle piogge di un mese.

Per la fresca finestra
scorre amaro un sentore di foglie. Ma il vecchio
non si muove dal buio, non ha sonno la notte,
e vorrebbe aver sonno e scordare ogni cosa
come un tempo al ritorno dopo un lungo cammino.
Per scaldarsi, una volta gridava e picchiava.

Il ragazzo, che torna fra poco, non prende più schiaffi.
Il ragazzo comincia a esser giovane e scopre
ogni giorno qualcosa e non parla a nessuno.
Non c'è nulla per strada che non possa sapersi
stando a questa finestra. Ma il ragazzo cammina
tutto il giorno per strada. Non cerca ancor donne
e non gioca più in terra. Ogni volta ritorna.
Il ragazzo ha un suo modo di uscire di casa
che, chi resta, s'accorge di non farci più nulla.

In questa lirica è ben evidente il contrasto tra la volontà ribelle di sperimentare il mondo dell'adolescente, che ha superato l'età del gioco ma non è ancora maturo per la vita adulta ("Non cerca ancor donne e non gioca più in terra") e lo stato d'animo sconsolato del vecchio, che è pieno di delusione per gli errori compiuti nella sua esistenza e non riesce a porvi rimedio e sente che i suoi affetti si sgretolano: il vecchio rappresenta Parise che, pur non essendo anagraficamente anziano, sente su di sé tutto il peso degli errori compiuti in passato e rimpiange di non aver agito diversamente in molte circostanze della vita.
 

Nella lirica "Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi" (in apertura della raccolta omonima) Pavese medita sul fatto che ogni realtà nella vita ha sempre un termine, quindi la morte è una presenza costante, che non riposa mai e che è sempre pronta a distruggere. La poesia sembra quasi riecheggiare alcuni temi di fondo della filosofia di Seneca, secondo cui "ogni giorno moriamo un poco". La lirica appare quasi come un triste presagio del suicidio, che Pavese mise in atto solo cinque mesi dopo dalla pubblicazione della raccolta poetica. Ecco il testo:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
 
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
 
22 marzo 1950

                                                            

 

Condividi post

Repost0
20 marzo 2017 1 20 /03 /marzo /2017 18:10

"Quaderno di quattro anni" è il titolo di una delle ultime raccolte di Montale, che contiene le liriche scritte nel periodo dal 1973 al 1974, appena successive al Diario del '71 e del '72.

In questa raccolta (ma anche nelle precedenti) Montale tende a compiere un bilancio della sua esistenza e a riflettere in maniera a volte pessimistica su temi universali come il senso della vita e del dolore,l'esistenza di un mondo spirituale ultraterreno e la possibilità per la ragione umana di comprendere la realtà. La risposta che il poeta dà alla domanda "Perché viviamo?" sembra essere problematica: la sua concezione appare molto vicina a quella leopardiana, caratterizzata dalla constatazione che l'uomo vive di illusioni effimere, che sembrano apparentemente dare un significato alla vita ma poi svaniscono lasciando dietro di sé un grande vuoto. Tuttavia tali "illusioni" hanno un'importanza vitale, poiché senza di esse l'esistenza sarebbe solo un arido deserto senza aspirazioni né desideri. Rispetto alle precedenti raccolte di Satura (e in parte del Diario) Montale accantona parzialmente la componente satirica ed ironica e riscopre quella riflessiva e filosofica. Dal punto di vista dello stile, invece, Montale continua ad usare un tipo di linguaggio che "apparentemente tende alla prosa ma in realtà la rifiuta" (come in Satura), uno stile vicino a quello del diario in cui le rime e le assonanze sono spesso evitate.

Un testo molto importante è la poesia "In negativo" (componimento n° 63) qui antologizzata:

                                                             In negativo

E' strano.

Sono stati sparati colpi a raffica

su di noi e il ventaglio non mi ha colpito.

Tuttavia avrò presto il mio benservito

forse in carta da bollo da presentare 

chissà a quale burocrate; ed è probabile

che non occorra altro. Il peggio è già passato.

Ora sono superflui i documenti, ora

è superfluo anche il meglio. Non c'è stato

nulla, assolutamente nulla dietro di noi,

e nulla abbiamo disperatamente amato più di quel nulla,

La lirica è incentrata sulla metafora della morte, vista come un viaggio in cui il poeta deve presentare una specie di passaporto da far timbrare a qualche "burocrate". La poesia si basa su una riflessione sconsolata: ciò che c'era prima ("la vita") non è altro se non nulla, poiché tutti gli ideali per cui la persona ha lottato si rivelano essere illusioni di fronte all'annientamento della morte. Di conseguenza è anche superfluo ricordare l'esistenza ("i documenti" sono i ricordi), visto che essa non è altro se non un susseguirsi di speranze vane. Sembra quasi di risentire Leopardi quando affermava riferendosi al mondo che "tutto è nulla, solido nulla". L'effimero però finisce per avere un grande valore, dal momento che esso impedisce alla persona di cadere nel nichilismo, nella svalutazione totale dell'esistenza.

                                                    NEL DISUMANO

Non è piacevole

saperti sottoterra anche se il luogo 

può somigliare a un'Isola dei Morti

con un sospetto di Rinascimento.

Non è piacevole a pensarsi ma

il peggio è nel vedere. Qualche cipresso

tombe di second'ordine con fiori finti,

fuori un po' di parcheggio per improbabili

automezzi. Ma so che questi morti

abitavano qui a due passi, tu

sei stata un'eccezione. Mi fa orrore

che quello che c'è lì dentro, quattro ossa

e un paio di gingilli, fu creduto il tutto

di te e magari lo era, atroce a dirsi.

Forse partendo in fretta hai creduto

che chi si muove prima trova il posto migliore.

Ma quale posto e dove? Si continua

a pensare con teste umane quando si entra

nel disumano.

In questo testo Montale descrive la morte come qualcosa di "disumano", nel senso che essa nega tutti i nostri concetti e i nostri schemi mentali, che derivano dalla nostra esperienza di vita.

L'uomo desidera dare un senso anche alla morte ed esorcizzarla con la credenza in un'altra vita, ma in questo modo non fa altro che applicare le proprie categorie ad una realtà che sfugge al nostro controllo e alla nostra capacità di comprendere.

L'unica cosa che si vede è appunto l'orrore di un corpo senza vita e sembra quasi che non ci sia nulla al di là di questo squallore.

                                                   PER UN FIORE RECISO

Spenta in tenera età

può dirsi che hai reso diverso il mondo?

Questa è per me certezza che non posso 

comunicare ad altri. Non si è mai certi

di noi stessi che pure abbiamo occhi

e mani per vederci, per toccarci.

Una traccia invisibile non è per questo

meno segnata? Te lo dissi un giorno 

e tu: è un fatto che non mi riguarda.

Sono la capinera che dà un trillo

e a volte lo ripete ma non si sa

se è quella o un'altra. E non potresti farlo

neanche te che hai orecchio.

 

In quest'altro testo Montale riflette sul fatto che anche una vita spezzata prematuramente e apparentemente insignificante può avere un grande valore e contribuire a rendere il mondo diverso, anche se tale certezza non può essere facilmente comunicata con le parole.

Si percepisce che quell'esistenza è importante, è in qualche modo unica, ma il senso ci sfugge e sfugge persino alla stessa persona. Nella poesia tra l'altro emerge il concetto secondo cui la realtà stessa può essere illusoria, una specie di "velo di Maja" che ci impedisce di percepire la verità delle cose: il poeta sospetta di vivere in un mondo di apparenze, in cui non si può essere sicuri nemmeno di evidenze come il nostro Io e la permanenza nel tempo e nello spazio.

 

 

 

Condividi post

Repost0
19 marzo 2017 7 19 /03 /marzo /2017 11:44

In occasione della festa dedicata al padre (19 marzo), intendo proporre un'antologia di poesie dedicate alla figura del padre e al rapporto tra padre e figlio,un  tema molto sentito nella letteratura italiana. Ritengo infatti che tale festività (come quella dedicata alla madre, si veda il post dell'8 maggio 2016) sia, al di là degli aspetti commerciali, una preziosa occasione per riscoprire sentimenti di armonia e unità familiare, valori molto importanti in una società in cui prevalgono sempre di più l'egoismo e l'individualismo.

A questo proposito il testo che ritengo più toccante e significativo è "Padre, se anche tu non fossi...." di Camillo Sbarbaro, un poeta che influenzò moltissimo la produzione di Montale, in particolare nella prima raccolta "Ossi di seppia".

                                                     PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI....

Padre, se anche tu non fossi il mio 
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
Che la prima viola sull'opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
 
E di quell'altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte 
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.
 
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

Bellissima poesia che testimonia l'affetto che il poeta provava verso il padre e la nostalgia che Sbarbaro provava ricordando questi episodi della sua infanzia.

Il padre viene definito "fanciullo" poiché è in grado di meravigliarsi delle piccole cose e di provare gioia per esse, ad esempio quando scopre la prima viola sul muro, segno che, nonostante fosse ancora inverno, la primavera si stava avvicinando. 

Ecco un altro testo molto significato e toccante, in cui il poeta ricorda il padre ormai defunto immaginando come potesse essere la sua vita in un mondo ultraterreno e sentendo la sua costante presenza:

Mi sei mancato quando ancora ero piccino
qualcuno ti ha portato via senza un perchè
forse scordandosi di me... che c'ero!
ti ho cercato tra nubi sparse nel cielo
per poterti dire che eri speciale
come per tutti i bambini poterti abbracciare
mentre ti auguravo: "Buona Festa Papà"
nel tempo... ti ho trovato nel cuore
ho cercato la sedia in cui sedevi
per leggere il giornale nel cortile assolato
ho trovato il mio scoglio ad ascoltarmi
ho cercato i tuoi occhiali
per vedere che fai di bello nel cielo
ho trovato la tua luce che è in me
mentre mi accompagnavi negli anni
nel percorso dei tanti perchè
cercavo nel mio viso le tue carezze mancate
ho trovato nei racconti della gente...
nel mio chiedermi interiormente
nel cercare tra le immagini dei miei ricordi
ho trovato ch'è in me... che è restato tutto di te.

Grazie... Auguri Papà.

Marco Spyry

In questa poesia si può notare come il ricordo di una persona amata riesca a volte a mitigare il dolore di una perdita (anche se non sempre è vero...) e a trasfigurare la tragedia della morte in vita. Il poeta sente quasi che il padre continua ad accompagnarlo nella sua vita, come una presenza che gli dà la soluzione per i problemi che deve affrontare ("nel percorso dei tanti perché...") e gli dà quindi conforto.

Infine intendo antologizzare questo testo di Pablo Neruda, più triste e sconsolato degli altri, in cui il poeta sperimenta la solitudine che trasforma la sua vita in una specie di deserto senza strade né acqua. La dolcezza del padre non può nulla per mitigare il dolore del poeta, che vede fuggire la sua giovinezza, caratterizzata da amarezze e sofferenze per delusioni d'amore ed errori di varia natura. 

Buona lettura e auguri di buona festa per tutti i papà, e ricordiamoci sempre che sono i sentimenti che ci arricchiscono davvero, molto più del vile denaro!

PABLO NERUDA - Il padre


Terra dalla superficie incolta e arida
terra senza corsi d'acqua né strade
la mia vita sotto il sole trema e si allunga.

Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla
come nulla poterono le stelle
che mi brucianO gli occhi e le tempie.

 


Il mal d'amore mi tolse la vista
e nella fonte dolce del mio sogno
una fonte tremante si rifletté. 

Poi... chiedi a Dio perché mi dettero
ciò che mi dettero e perché poi
incontrai una solitudine di terra e di cielo.

Guarda, la mia giovinezza fu un candido germoglio
che non si aprì e perde
 la sua dolcezza di sangue e vitalità.

Il sole che tramonta e tramonta in eterno
si stancò di baciarla... È l'autunno.
Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla.

Ascolterò nella notte le tue parole:
...figlio, figlio mio ...
E nella notte immensa
resterò con le mie e con le tue piaghe.

 

 

Condividi post

Repost0
17 marzo 2017 5 17 /03 /marzo /2017 18:18

Nelson Mandela può essere considerato anche un poeta, oltre ad essere il simbolo della lotta contro l'apartheid in Sudafrica e contro ogni forma di razzismo.

Le sue poesie riguardano un tema da lui molto sentito: la libertà. La sua vita infatti può essere considerata come una ricerca continua della libertà dalla schiavitù, dall'oppressione di un regime schiavista, ingiusto e inumano, che discriminava le persone in base al colore della pelle e all'appartenenza etnica.

Egli nacque il 18 luglio 1918 in un villaggio del sud-est del Sudafrica (era di etnia bantu) e fin da ragazzo lottò contro un governo ingiusto, che confinava la sua famiglia nei famigerati bantustan, termine che indicava le zone più aride e povere del Sudafrica, riservate ai neri visti solo come manodopera a bassissimo costo per la ricchezza e il tornaconto di una ristretta minoranza di coloni europei (4 milioni di bianchi contro 24 milioni di neri). Da giovane Nelson Mandela organizzò molti scioperi e partecipò a numerose rivolte della popolazione nera esasperata.

Nonostante tutti questi fattori sfavorevoli, egli riuscì a studiare legge presso l'università di Ford Hare, da cui venne espulso nel 1940 per aver organizzato una manifestazione studentesca: la scelta di dedicarsi al diritto non fu certo casuale,poiché  essendo esperto di legge Nelson Mandela poteva assistere la popolazione di colore in un'infinità di cause riguardanti le ingiustizie subite dai funzionari del governo razzista.

Nel 1942 egli aderì al National African Congress, il principale partito che difendeva i diritti civili dei neri e nei decenni successivi prese contatto anche con il Fronte Nazionale Algerino, che lottava per l'indipendenza dell'Algeria dalla Francia: Nelson Mandela riteneva infatti che il colonialismo fosse la causa di tutti i mali dell'Africa e del suo sottosviluppo, poiché esso consisteva spesso nella riduzione in schiavitù degli indigeni e in gravi forme di asservimento economico dalla madrepatria. E' opportuno sottolineare che in Sudafrica l'apartheid divenne legge di Stato a partire dal 1948 (pur esistendo di fatto già prima...), quando andarono al potere i principali teorici del razzismo boero, che si ispirarono al nazismo. I coloni boeri (olandesi) erano infatti molto più ostili ai neri rispetto agli inglesi.

A partire dagli anni Cinquanta Mandela  iniziò a coordinare gli sforzi dei neri per la libertà dall'apartheid e organizzò molti scioperi, incitando al boicottaggio delle attività produttive del regime sudafricano.

Nel 1962 fu arrestato e rimase per ben 27 anni (fino al 1990) nella prigione di Robben Island, un carcere di massima sicurezza situato su un'isola a 12 km dalla costa sudafricana; tuttavia proprio in questi anni egli divenne un simbolo della lotta del popolo nero contro il razzismo: molte nazioni europee iniziarono ad imporre sanzioni economiche contro il Sudafrica e molte organizzazioni non governative per i diritti umani firmarono petizioni per la liberazione di Mandela. L'autore nell'autobiografia dal titolo "Lungo cammino verso la libertà" descrive minuziosamente gli anni della prigionia.

L'attività politica di Nelson Mandela si intensifica dopo il 1990 e infatti nel 1992 l'apartheid venne formalmente abolita: il referendum del 1994 sancì la definitiva abolizione di quest'ingiusto sistema. Nelson Mandela ottenne inoltre nel 1993 il Premio Nobel per la Pace.

Intendo qui antologizzare alcune poesie che ritengo particolarmente significative e che hanno come filo conduttore l'idea della libertà, non solo come ideale politico ma soprattutto come condizione esistenziale.

                                                 La nostra paura più profonda

La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. 
La nostra paura più profonda è di essere potenti al di là di ogni misura. 
E' la nostra luce, non la nostra oscurità a terrorizzarci maggiormente. 
Noi ci chiediamo: chi sono io per essere così brillante, stupendo, 
pieno di talenti e favoloso? 
In realtà, chi sei tu per non esserlo? 
Tu sei un figlio di Dio. Il tuo giocare in piccolo non serve al mondo. 
Non c'è niente di illuminato nel ridursi 
perché gli altri non si sentano insicuri intorno a te. 
Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi. 
Essa non è in alcuni: è in tutti! 
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsciamente 
diamo agli altri il permesso di fare la stessa cosa. 
Nel momento stesso in cui siamo liberi dalle nostre paure, 
la nostra presenza libera automaticamente gli altri. 
 
 

In questa poesia Nelson Mandela vuole mettere in evidenza come spesso siamo schiavi del giudizio degli altri ed abbiamo paura di essere considerati orgogliosi se mostriamo i nostri talenti. Invece per il poeta proprio la dimostrazione del nostro valore può spingere gli altri a fare altrettanto, in un cammino di miglioramento e di autoconsapevolezza.

                                                                Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo da un polo all'altro,

Ringrazio qualunque dio esista

Per la mia anima invincibile.



Nella feroce morsa delle circostanze

Non ho arretrato né gridato.

Sotto i colpi d’ascia della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma non chino.



Oltre questo luogo d'ira e lacrime

Incombe il solo Orrore delle ombre,

E ancora la minaccia degli anni

Mi trova e mi troverà senza paura.



Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

 

Questa è una delle più profonde poesie di Mandela: essa fa riferimento al lungo periodo di prigionia che, come egli stesso afferma, è riuscito a ferirlo ("Il suo capo è sanguinante"), ma non a piegarlo nell'animo. Nelson Mandela afferma di essere ancora il padrone del suo destino e questo può sembrare apparentemente assurdo, visto che è ormai privato della libertà. Egli intende dire che i suoi nemici possono imprigionarlo, incatenarlo FISICAMENTE, ma non sono in grado di fargli rinnegare i suoi ideali e di privarlo della motivazione a lottare per essi; di conseguenza egli è ancora il "capitano" della sua anima, soltanto il suo corpo è in prigione, ma non la sua anima.

 

 

 

 

 

Condividi post

Repost0
10 dicembre 2016 6 10 /12 /dicembre /2016 15:22

Nonostante Leopardi non venga considerata tecnicamente un filosofo, tuttavia la sua visione del mondo e di riflesso la sua poesia è molto vicina al pensiero di Schopenhauer, sia pure con alcune differenze, che tuttavia non mutano il quadro di fondo.

Secondo il poeta tutta la nostra vita scorre sotto il segno delle apparenze e dell'effimero: il piacere non può essere colto davvero nella sua pienezza, ma solo aspettato, prefigurato nell'immaginazione, ma mai posseduto realmente. Una prova di tutto questo sta nel fatto (evidenziato nello Zibaldone, il diario del poeta) che qualsiasi gioia, una volta trascorsa, lascia dietro di sè un vuoto che non si colma mai, e che spinge l'individuo a ricercare altri stimoli e ad inseguire altri desideri. Leopardi chiama quindi il piacere "illusione", proprio perché esso ci dà la sensazione di possedere una realtà che non raggiungiamo mai e alla fine il tutto si traduce in una pura illusione mentale che non fa approdare a nulla.

In questa prospettiva Leopardi è molto vicino alla concezione di Schopenhauer, secondo cui la volontà dell'uomo non si placa mai proprio perché è irrazionale, vuole senza uno scopo, e tutto questo genera dolore e delusione: secondo il filosofo tedesco la vita è infatti come un pendolo che oscilla in continuazione tra i due estremi del dolore e della noia, Il pessimismo è oltretutto una caratteristica importante della cultura romantica di inizio Ottocento, che in opposizione al razionalismo illuminista esalta le pulsioni irrazionali ed evidenzia come la felicità sia spesso solo una chimera irraggiungibile. Leopardi  nelle sue opere in prosa (soprattutto nelle Operette morali) demolisce in maniera impietosa tutte le credenze ottimistiche dell'Illuminismo, soprattutto l'idea secondo cui l'umanità sia destinata necessariamente a progredire moralmente e materialmente.

Il concetto di noia esistenziale è molto presente in tutta la riflessione leopardiana e può essere descritto come il senso di vuoto che la persona prova dopo aver apparentemente soddisfatto i propri desideri, quel senso di vuoto che poi la porta a ricercare altri stimoli e a fare esperienza della delusione qualora tali aspettative non siano realizzate.

Per Leopardi (come anche per Schopenhauer) esiste tuttavia una via di liberazione dall'angoscia esistenziale: il raggiungimento di una gioia vaga ed indefinita (sia pure anch'essa effimera), che possa liberare l'uomo dalla schiavitù del desiderio.

Secondo il poeta recanatese l'arte ed in particolare la poesia è in grado di elevare l'uomo dal mondo materiale (finito, effimero e limitato) ad una realtà puramente immaginata e quindi "infinita": ora, siccome il desiderio di piacere è anch'esso infinito e illimitato nel tempo e nello spazio esso può essere soddisfatto solo da una gioia che abbia queste caratteristiche. L'idea dell'arte come redenzione dall'assurdità della vita è un tema filosofico molto presente nel pensiero dell'inizio del XIX secolo, infatti anche il filosofo romantico Schelling sosteneva che l'opera d'arte ha il potere di conciliare la consapevolezza razionale con l'istinto creativo ed è un mezzo per la conoscenza dell'Assoluto.

Per Leopardi l'immersione in una gioia indefinita causa un senso di smarrimento che placa ed annulla la volontà della persona, in definitiva è lo stesso concetto espresso da Schopenhauer con il termine "Noluntas" (annullamento del volere).

La lirica che maggiormente esprime questa visione è sicuramente l'Infinito (qui antologizzata), che a mio avviso non può essere adeguatamente compresa senza tener presente il riferimento filosofico alla teoria del piacere e al pensiero di Schopenhauer.

                                                                    L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; onde per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Dall'analisi di questo testo appare evidente come l'intera gioia dolce ed estatica del poeta sia causata dall'immaginazione di un mondo al di là della siepe, che è un ostacolo alla piena visuale: la presenza di un impedimento alla vista stimola la mente a fantasticare, ad andare oltre, proprio per ottenere quella libertà che il mondo fisico nega.

Dal punto di vista sintattico si può notare come Leopardi usi spesso il gerundio (" Sedendo, rimirando") per descrivere tale condizione, poiché il gerundio è un modo indefinito, quindi appare perfettamente adeguato ad esprimere sensazioni vaghe e indeterminate.

L'intervento di un elemento esterno, rappresentato dal vento, stimola ancora di più la fantasia di Leopardi, che si perde in una miriade di ricordi, sempre più sfogati e indeterminati.

Nella parte finale del testo si può notare come tale processo sia giunto ormai al termine e, di conseguenza, il poeta sembra quasi perdere la consapevolezza di se stesso: il "naufragio"dell'ultimo verso esprime l'abbandono della dimensione razionale ("L'annegare del pensiero") in favore di una vita fatta di sensazioni forse anch'esse illusorie, ma in grado di appagare almeno per un istante il cuore inquieto del poeta.

 

Condividi post

Repost0
10 maggio 2016 2 10 /05 /maggio /2016 20:54

In questo articolo desidero proporre una serie di poesie dedicate ad un sentimento considerato comunemente "negativo", ma assolutamente umano: l'odio, in tutte le sue sfumature, cioè rabbia, ribellione, disprezzo, disinganno. Ritengo infatti che sia riduttivo proporre solo testi che parlino di sentimenti etichettati come "buoni" quali amore, rispetto, gentilezza, anche perché qualsiasi passione non può essere giudicata e ha sempre una ragione, un motivo preciso da cui scaturisce e indagare su questi motivi porta ad una migliore consapevolezza di sé. Nella stessa letteratura poetica si incontrano molto spesso testi che esprimono invettive, disprezzo, come accade in vari passi dell'Inferno Dantesco. L'uomo nella storia del resto ha cambiato le cose soprattutto quando si è ribellato al male, quando ha odiato le ingiustizie e gli asservimenti del potere, in una parola quando ha detto di NO, il No ci fa liberi, altrimenti saremmo solo marionette, macchine prive di libertà. Voglio quindi oppormi ad un'idea di poesia "politicamente corretta" e buonista, in cui solo alcuni aspetti dell'uomo possono essere espressi. E allora per una volta lasciamo perdere l'amore e................immergiamoci nell'odio!

Iniziamo da questo testo a mio avviso molto significativo e coinvolgente:

Odio le persone che parlano senza sapere niente
Odio le persone che non sanno dare valore alle parole
Perché le parole fanno male
Molto male
E quando uno non sa misurarle rischia di offendere,
ed è inutile chiedere scusa dopo,
mi dispiace ma è tutto inutile.
Odio chi è talmente presuntuoso da credere di conoscerti
Odio chi sa parlare solo per messaggio perché in faccia certe cose non te le dice mai,
odio chi si vanta di essere sincero
di essere l’unico a questo mondo che dice la verità,
può essere vero non lo metto in dubbio
ma non venirmi a dire che ascolto solo ciò che mi piace e mi fa comodo perché hai sbagliato persona,
i miei amici tu non li conosci,
tu non sai niente!
Pensi di conoscermi per quello che ti dicono
Ti sbagli tu non sai neanche chi sono!

In questo testo sono elencati praticamente quasi tutti i motivi che ci fanno provare antipatia e disprezzo per gli altri: la presunzione di sapere tutto e di essere moralmente superiori,l'ignoranza di chi non sa e vuole parlare lo stesso, l'inganno di chi dice le cose alle spalle,la vigliaccheria, la cattiveria che porta a ferire, ma soprattutto la pretesa saccente di giudicare e sentirsi migliori, come se si volesse stabilire il valore della vita altrui. Tutto questo porta ad un'avversione assolutamente legittima, perché in fondo gli altri tante volte desiderano asservirci al loro ego,sentirsi importanti, manipolarci per aver sempre ragione!

Ecco un altro testo significativo, in questo caso l'odio scaturisce da una delusione d'amore, che rivela come l'amore stesso purtroppo abbia il potere di renderci vulnerabili, dipendenti e fragili.

Credevi forse che ti avrei perdonato?
Lo sai bene, non sono capace di farlo
Credevi di riuscire a conquistarmi di nuovo?
Credevi forse di trovare un po’ di sollievo
Nello scambiare qualche frase?

Io non sono capace di dimenticare
Io non dimentico che mi ha fatto del male
Adesso sono colei che ti farà soffrire
Ora è il mio turno, la mia rivincita
Ti userò, ti ammalierò e poi ti butterò via
Come carta straccia
Ti voglio fare del male,
calpestare i tuoi sentimenti
avere un po’ di appagamento, come hai fatto tu…
io sarò il tuo incubo peggiore
e ricorda che non perdono
nei tuoi ricordi sarò colei
che ti ha strappato il cuore e l’ha fatto a pezzi

Io non sono capace di dimenticare
So essere perfida con cognizione
Io ti voglio cancellare

I traditori meritano questo trattamento
I traditori che dicono ancora che ti amano,
non meritano rispetto
Le scuse non le ho mai ricevute
Nelle mie notti insonni
Medito quale sia la punizione giusta per te,
medito solo vendetta…
Mi nutro tutti i giorni del dolore e della sofferenza
Solo il male mi dà sollievo adesso
Sono capace di fare solo questo
E per merito tuo…
Hai creato un mostro

Questo testo è molto significativo nell'esprimere come un amore possa prima illuderti e poi farti precipitare in una sofferenza assoluta che genera odio: l'odio stesso nasce dalla consapevolezza di essere stati solo una pedina nelle mani di chi ti inganna e ti usa fingendo di amarti, e si vorrebbe, per vendetta, agire in modo ancora peggiore. Ma la cosa più triste consiste nel fatto che è stato l'amore stesso a ridurti così e allora la stessa distinzione tra bene e male vacilla........

Per chi volesse approfondire il tema dell'odio nella poesia consiglio la lettura del testo "Cento poesie d'invettiva e d'odio" (Coniglio Editore), in cui vengono antologizzati cento testi di vari autori che trattano di questo sentimento.

Condividi post

Repost0
8 maggio 2016 7 08 /05 /maggio /2016 20:48

Non sempre il tempo la beltà cancella,
o la sfioran le lacrime e gli affanni;
mia madre ha sessant'anni
e più la guardo e più mi sembra bella.
Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un riso, un atto
che non mi tocchi dolcemente il cuore!
Ah! se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto!
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca,
o quando, inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso...
Pur, se fosse un mio prego in cielo accolto,
non chiederei del gran pittore d' Urbino
il pennello divino,
per coronar di luce il suo bel volto:
vorrei poter cambiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei,
veder me vecchio, e lei,
dal sacrificio mio, ringiovanita.

In occasione della festa della madre ecco una splendida poesia di Edmondo De Amicis, in cui la figura materna viene vista nella sua concretezza ma anche nella sua caducità, nel suo essere insidiata dal tempo. Il poeta celebra la capacità eroica di abnegazione delle madri, la loro volontà di negarsi per i figli, fino ad arrivare a negare la loro stessa sofferenza.

Posto questa poesia perché secondo me racchiude tutto ciò che le madri sono e fanno e, soprattutto, un grande augurio a tutte le madri del mondo!

Condividi post

Repost0
8 maggio 2016 7 08 /05 /maggio /2016 19:13

In occasione della festa della mamma intendo proporre alcune poesie che alcuni autori hanno dedicato alla propria madre: i sentimenti di affetto verso la figura materna sono infatti una costante in molti poeti di epoche diversissime, e ciò testimonia il fatto che esiste una comune natura umana che si identifica in valori fondamentali come l'affetto verso i genitori, l'amore, l'amicizia, valori che per alcuni autori pessimisti sono anche visti come illusioni effimere (Leopardi in primis), ma da cui l'uomo non può prescindere, a meno di negare la sua stessa natura.

Iniziamo da questo testo del poeta Giuseppe Ungaretti:

La madre
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’averm
i atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Come è evidente, in questo testo il poeta immagina la madre che intercede presso Dio, per fare in modo che i peccati (inevitabili) del figlio siano perdonati: soltanto allora ella potrà accoglierlo nella gioia del Paradiso, perché il perdono di Dio fa cadere qualsiasi divisione.

E' interessante notare come il muro d'ombra sia il confine che separa la vita dalla morte e ciò mi ha sempre ricordato il mito filosofico della caverna di Platone, secondo cui gli uomini sulla Terra vivono in una specie di caverna che li separa dalla vita vera, quella ultraterrena.

In Ungaretti quindi la madre è una figura ultraterrena, immaginata, ma tuttavia sempre viva nei ricordi dell'autore.

Ecco invece la madre nella sua concretezza, descritta da Edmondo De Amicis:

Non sempre il tempo la beltà cancella,
o la sfioran le lacrime e gli affanni;
mia madre ha sessant'anni
e più la guardo e più mi sembra bella.
Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un riso, un atto
che non mi tocchi dolcemente il cuore!
Ah! se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto!
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca,
o quando, inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso...
Pur, se fosse un mio prego in cielo accolto,
non chiederei del gran pittore d' Urbino
il pennello divino,
per coronar di luce il suo bel volto:
vorrei poter cambiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei,
veder me vecchio, e lei,
dal sacrificio mio, ringiovanita.

Questa poesia è a mio avviso tra le più belle dedicate alla madre, sia per la sua concretezza sia per i valori che trasmette:il poeta celebra la capacità delle madri di superare il proprio naturale egoismo, il proprio istinto stesso di conservazione per dedicarsi alla vita del figlio, fino ad annullarsi per amore, come quando nasconde il "dolore" sotto un sorriso. A questo proposito di esempi se ne possono fare tanti, visto che l'amore materno è forse la forma più alta di sacrificio e di affetto, addirittura in alcuni casi di eroismo.

Il poeta, quindi, contagiato da tale esempio di abnegazione, vorrebbe anche lui diventare vecchio anche per non subire la perdita, purtroppo inevitabile, della madre stessa.

E con queste poesie auguro.........una meravigliosa festa a tutte le madri!



Condividi post

Repost0

Présentation

  • : Blog di Montale2000
  • : In questo blog verrà presentata un'antologia delle poesie più significative della letteratura italiana e straniera, con notizie sulla vita degli autori e sulla loro concezione poetica ed esistenziale.
  • Contatti

Recherche

Liens